Three easy steps. That's the whole job.
No prompts, no templates, no dashboards. You talk; we build the package; you publish.
Record a voice note about what's new — or just type. Out of ideas? Laspi suggests what to post. Whenever there's something to tell.
A ready content plan: posts written for each platform, photorealistic images, and short videos with a voiceover — all generated in your brand style and your audience's languages.
We remind you when it's time. Tap, share, done. Your accounts stay yours — no passwords, and nothing is posted without your OK.
It learns your brand with every package.
Every package makes the next one more 'you'. Laspi remembers what your business is about, what you've already posted, and what you change — so it repeats less and sounds more like you over time.
Come funziona Laspi, passo dopo passo?
Apri il telefono e guarda l’ultimo contenuto professionale che hai pubblicato. Non il repost dell’articolo di qualcun altro, non il commento sotto il post di un collega: l’ultima volta che hai messo online qualcosa di tuo, che portava la tua firma e la tua esperienza. Se è passata più di una settimana, hai già perso il filo.
Non è un giudizio morale. È un dato di fatto che chiunque faccia il consulente, il fondatore o il professionista indipendente conosce sulla propria pelle: la visibilità si consuma in fretta e si ricostruisce solo con la pubblicazione costante. Il problema non è che non hai niente da dire. Il problema è che il momento in cui ti siedi per scrivere è quasi sempre il momento sbagliato.
La maggior parte dei professionisti abbandona la pubblicazione nel giro di poche settimane. Non per mancanza di competenza, non perché non sappiano scrivere: perché finiscono le idee o finisce il tempo. E quando provano a delegare, si ritrovano in mano testi generici che parlano di "sfide del mercato" e "importanza dell’innovazione", roba che potrebbe essere stata scritta da chiunque e che infatti non lascia traccia in chi legge.
C’è un passaggio specifico in cui tutto questo si inceppa, ed è talmente banale che quasi nessuno lo guarda: il momento in cui l’esperienza si trasforma in parole. Non la scrittura finale, non la revisione delle bozze. L’attimo in cui qualcosa che hai visto, sentito o capito durante il lavoro diventa un’idea comunicabile. Quell’attimo, se lo perdi, non lo recuperi più. Puoi passare tre ore davanti a uno schermo a cercare di ricostruire a freddo quello che avevi in testa martedì pomeriggio, ma quello che esce sarà sempre più spento, più generico, più simile a tutto il resto.
Il collo di bottiglia non è la scrittura. È la cattura.
Perché scrivere a freddo produce contenuti tiepidi
Quando chiudi una call con un cliente e hai appena smontato un’obiezione che sentivi per la prima volta, la tua testa è piena di frasi precise, di immagini, di un tono che non potresti riprodurre volontariamente nemmeno volendo. È lì che il contenuto è già pronto: esiste nella tua voce, nel modo in cui spiegheresti la cosa a un collega davanti a un caffè. Se provi a metterlo per iscritto tre giorni dopo, quando la giornata è stata lunga e hai altre sette cose da fare, quello che ottieni è una parafrasi sbiadita. Riconosci che l’idea era buona, ma non riesci più a sentirla.
Questo è il motivo per cui la maggior parte dei tentativi di pubblicazione costante fallisce. Le persone si impongono un ritmo, "pubblico due volte a settimana", e poi lo alimentano con sedute di scrittura programmate in cui partono da zero. Il risultato è prevedibile: le prime due settimane escono cose discrete, la terza settimana si comincia a raschiare il fondo, alla quinta è già tutto fermo.
C’è un consulente che ha risolto il problema quasi per caso, e il suo metodo è talmente semplice che all’inizio non ci credeva nemmeno lui. Dopo ogni call con un cliente, prendeva il telefono e registrava un vocale di novanta secondi in cui diceva ad alta voce la cosa più interessante che era emersa. Non un riassunto della call, non un elenco di punti: solo il pensiero che gli era rimasto in testa. Alla fine del mese, senza essersi seduto a scrivere nemmeno una volta, aveva materiale per diversi post. Contenuti che sapevano di esperienza vera perché erano nati dall’esperienza vera, ancora calda, prima che il filtro mentale la rendesse presentabile e inoffensiva.
Il punto non è che i vocali sono magici. Il punto è che spostano lo sforzo dal momento sbagliato, la scrittura a freddo, la pagina bianca, la sera in cui sei stanco, al momento giusto: quando l’esperienza è viva e le parole vengono da sole.
L’elefante nella stanza: l’intelligenza artificiale
A questo punto qualcuno starà pensando: "E allora l’IA? Basta darle due input e mi scrive tutto lei, no?"
No. O meglio, non senza un problema grosso che chiunque abbia provato sul serio conosce bene. I modelli generativi allucinano. Inventano statistiche con la massima sicurezza, producono citazioni che nessuno ha mai detto, attribuiscono a studi inesistenti percentuali che suonano credibili e sono completamente false. Se pubblichi un post che contiene una statistica inventata e un tuo cliente vero la riconosce come falsa, hai perso qualcosa che non recuperi con nessun algoritmo: la credibilità su ciò che sai.
Il problema non è l’IA in sé. Il problema è usarla come sostituto del pensiero invece che come strumento di trasformazione. Quando chiedi a un modello di scrivere un post su un tema generico, lui pesca da un serbatoio statistico di testi medi e ti restituisce qualcosa di medio, con l’aggiunta occasionale di fatti completamente inventati. Quando invece gli dai in pasto la tua esperienza grezza, il vocale di cui parlavamo, le tue parole su quello che è successo davvero, e gli chiedi solo di dargli una forma, il risultato è un’altra cosa.
Laspi, il servizio costruito esattamente per questo flusso di lavoro, ha un meccanismo interno che chiamano quality gate e che serve proprio a questo. Ogni testo prodotto dal sistema passa attraverso filtri progettati per bloccare due cose: la scrittura che suona meccanica, quella con le frasi fatte e le costruzioni standard che riconosci a un chilometro di distanza, e i fatti inventati. Se il modello prova a infilare una statistica che non esiste o una citazione fasulla, il quality gate la intercetta e la rifiuta prima ancora che la bozza arrivi ai tuoi occhi. Non è magia, è un controllo a monte: il sistema è addestrato a riconoscere i pattern delle allucinazioni e a scartarli, invece di sperare che sia l’utente a scovarli in fase di revisione. È la differenza tra un assistente che ti passa una bozza e uno che ti passa una bozza già pulita dalle cose imbarazzanti.
Come funziona in pratica, passo per passo
Il flusso di lavoro che Laspi propone è costruito in tre passaggi, e vale la pena guardarli da vicino perché ognuno risolve un attrito specifico.
Il primo passaggio è l’input, quando hai qualcosa da raccontare. Apri Laspi, funziona nel browser, sia da desktop che da telefono, senza bisogno di installare app, e registri un vocale o scrivi poche righe su cosa è successo di nuovo nel tuo lavoro, cosa hai imparato, una domanda che ti ha fatto un cliente e a cui hai risposto. Se sei a corto di idee, il sistema stesso ti suggerisce dei temi basati sul tipo di lavoro che fai e su quello di cui hai già parlato in passato. Non parti mai da zero, non fissi mai una pagina bianca. L’input grezzo può essere brevissimo: novanta secondi di voce, tre frasi scritte, il tempo di un caffè.
Il secondo passaggio è la fase di costruzione. Laspi prende il tuo input e produce un piano di contenuti, poi scrive caption separate per ogni social network che hai selezionato. Non è lo stesso testo copiato e incollato dappertutto: il tono, la lunghezza e il formato vengono adattati a ciascuna piattaforma, perché quello che funziona su LinkedIn non funziona su Instagram e viceversa. Su tutti i piani, il sistema genera anche immagini fotorealistiche per accompagnare i post, puoi usarle oppure caricare le tue foto, se preferisci mantenere un tocco personale. Sui piani più alti, Laspi crea anche brevi video verticali con voce narrante, pronti per Reels, TikTok e Shorts, senza che tu debba filmare o montare nulla. Se hai un sito WordPress, il servizio scrive articoli completi per il blog e può pubblicarli direttamente sulla tua installazione WordPress tramite l’API REST standard — pagine che aiutano la tua attività a farsi trovare su Google e nelle risposte di ChatGPT.
Il terzo passaggio è revisione e pubblicazione. Leggi le bozze, modifichi quello che vuoi modificare, perché il controllo finale resta tuo, e poi pubblichi i post social direttamente dal menu di condivisione del telefono, lo stesso che usi per condividere un link su WhatsApp. La caption e l’immagine sono già pronte nel pacchetto. Tu scegli quando mandarlo online. Per il blog, se tieni attiva l’impostazione, la pubblicazione è automatica, ma puoi anche rivedere e programmare manualmente ogni articolo.
C’è una cosa che Laspi non fa, ed è importante dirlo chiaramente. Non pubblica automaticamente sui social network e non ti chiederà mai le password dei tuoi account. Sei tu che pubblichi, quando vuoi e se vuoi. Questo non è un limite tecnico, è una scelta precisa: mantenere il professionista al comando di ciò che esce con il suo nome.
La questione dei risultati, detta senza giri di parole
Nessuno può prometterti che pubblicherai tre post e domani avrai cinque nuovi clienti. I risultati nei motori di ricerca, in particolare, richiedono settimane per cominciare a muoversi, non giorni. Gli algoritmi di Google e Microsoft sono scatole nere che nessun servizio onesto può dichiarare di controllare. Chi ti garantisce posizionamenti specifici sta mentendo, punto.
Quello che un sistema di pubblicazione costante può fare, invece, è qualcosa di più concreto e meno spettacolare: ti tiene presente nella testa delle persone che contano. Il cliente che non ti scrive da sei mesi ma vede regolarmente i tuoi contenuti, il potenziale referente che ti ha incrociato a un evento e poi ha iniziato a seguirti senza dirtelo, il collega che quando qualcuno gli chiede "conosci un esperto di X?" risponde con il tuo nome perché ti ha appena visto parlare esattamente di X. Questa è la visibilità che si costruisce con la costanza, e non ha scorciatoie.
Il pezzo che manca: chiudi il cerchio
La maggior parte degli articoli su come pubblicare contenuti ti lascia con una lista di consigli e nessuna istruzione concreta su cosa fare subito. Questo articolo finisce in modo diverso.
Per una settimana, tieni un diario vocale di due minuti al giorno. Non serve un’app particolare, va bene il registratore del telefono. Ogni giorno registri una cosa che hai imparato, una domanda che ti hanno fatto, un’obiezione che hai smontato. Due minuti, non di più. Il sabato ti siedi dieci minuti, riascolti le registrazioni e individui il tema più forte del materiale: quello che, se lo sviluppassi, diventerebbe un contenuto che solo tu potevi scrivere.
Se alla fine della settimana hai in mano un’idea che ti sembra viva e che non avresti mai tirato fuori partendo da zero, hai già capito tutto quello che ti serve. Se poi vuoi che qualcun altro la trasformi in post, articoli e video mantenendo la tua voce e senza inventare fatti che non esistono, sai già dove andare. Ma il primo passo non è scegliere lo strumento. È aprire il registratore domani, subito dopo la prima call, e parlare per novanta secondi.
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